JEANNE-LOUISE RAMONET

Delle tre fattorie che componevano il villaggio di Kerizinen, quella dei Ramonet era la più piccola e la meno redditizia. Nella casa non vi era che un’unica stanza, dove undici persone (i genitori e ben nove figli) erano costrette a mangiare, a dormire, a scaldarsi alla fiamma del camino nei rigidi inverni. Quanta somiglianza con il cachot di Lourdes! Dalla stanza si saliva al granaio, troppo grande per i poveri raccolti che vi venivano ammassati. Attigua alla casa, la stalla, dove ruminavano due vaccherelle, le sole che i due ettari e mezzo della ferme consentivano di allevare.

Ma anche in quella famiglia la povertà non pregiudicava la religiosità, anzi 1’accentuava, inducendo quella buona gente a confidare con fede maggiore nella Divina Provvidenza.

Benché la chiesa fosse lontana tre chilometri e, per raggiungerla, si dovesse percorrere una stradaccia innevata d’inverno e fangosa o polverosa nelle altre stagioni, i Ramonet erano fedelissimi alla messa domenicale. La sera, si riunivano nella stanza e, prima di coricarsi, recitavano il rosario.

I genitori instillavano nel cuore dei figli quei sani principi religiosi e morali che sarebbero stati i saldi pilastri su cui essi avrebbero modellato il loro comportamento anche quando, cresciuti, si sarebbero allontanati da casa, i maschi per arruolarsi nella Marina e le femmine per recarsi a servizio nelle vicine fermes.

Soltanto Jeanne-Louise restò dove era nata per colpa della malferma salute e della poliomielite, che 1’aveva colpita a due anni alla gamba destra, lasciandola claudicante. Solo all’età di 10 anni poté frequentare la scuola, grazie alla sua madrina di battesimo, la quale 1’accolse nella propria casa di Plounevez. In seguito, le suore che gestivano la scuola 1’accettarono nel loro pensionato, dove ultimò le elementari.

Avrebbe desiderato continuare gli studi ed entrare come postulante in convento, sentendo una forte propensione per la vita monastica. Ma altri erano i disegni che Dio concepiva su di lei. Ritornata a Kerizinen, ritrovò nella madre una maestra incomparabile, attenta ad assecondare 1’opera, silenziosa e nascosta, che lo Spirito Santo compiva in quell’anima innocente.

Il giorno della prima comunione, ricevuta nel 1922, a 12 anni, una voce interiore le sussurro: "Tu sarai mia apostola".

Da quel momento intensificò la sua unione con Dio, fino a consacrargli interamente la sua vita. Non aveva che 14 anni.

Per seguire una terapia di recupero dei postumi della polio, per alcuni inverni soggiornò nell’ospedale di Brest, dove prestavano servizio le suore di S. Tommaso di Villanova.

Esse rimasero edificate della condotta esemplare della giovane e dell’impegno con cui aiutava il personale. Le insegnarono a praticare le iniezioni, per alleggerire il lavoro delle infermiere. Stando a contatto con quelle religiose, Jeanne-Louise sentì rinascere la vocazione monastica, ma, quando domandò d’essere accolta come postulante nel loro istituto, le fu risposto con garbo che lo impediva la sua salute gracile. Cosi per la seconda volta, capì che la volontà di Dio aveva scelto per lei una strada diversa.

A Kerizinen si sviluppò un’epidemia di febbre tifoide nel febbraio del 1927. Nella famiglia Ramonet il primo ad essere colpito fu il padre Yves. Grazie alla sua fibra robusta supero la violenza del morbo, ma contagio la sposa Yvonne Porthel, la figlia Eufrasia, il figlioletto Giuseppe, che morirono, lasciandolo nella più amara costernazione. La moglie non aveva che 49 anni.

Jeanne-Louise, informata della disgrazia nell’ospedale di Brest, ritornò a casa con la morte nel cuore. Soltanto la fede le consentì di superare quella prova durissima. La ferita si riapri tre anni dopo, allorché all’improvviso le morì anche il padre a soli 56 anni, il 2 luglio 1930. Si trovò soltanto con la sorella Anna Maria, venuta dalla ferme dove prestava servizio per aiutarla nei lavori agricoli. Ma poi anch’essa si sposò come gli altri fratelli, e Jeanne-Louise dovette adattarsi alla solitudine in quella casa vuota, piena solo di ricordi amari e struggenti.

Domandò alla Madonna la grazia di poter attendere ai lavori indispensabili con le scarse energie di cui disponeva e fu esaudita. S’impegnò ad insegnare la dottrina ai fanciulli che non potevano frequentare il catechismo in parrocchia e ad accudire gli ammalati, facendo tesoro dell’esperienza acquisita nell’ospedale di Brest.

Nel 1936 partecipò nel reparto ammalati ad un pellegrinaggio a Lourdes, organizzato dalla parrocchia.

Quali sante e dolci vibrazioni avrà provato nella grotta di Massabielle, sotto lo sguardo della bianca Signora, cui lo scultore Fabisch ha conferito un’ombra leggera di severità! Con quale fervore avrà pregato per i suoi cari, vivi e defunti, per la sua salute precaria. Non osò chiedere la guarigione dai postumi della polio, benché fosse nella terra dei miracoli, ma soltanto la forza necessaria a mandare avanti la piccola azienda agricola.

Era ben lontana dall’immaginare i meravigliosi disegni che la Vergine concepiva su di lei. Per il momento Maria si limitò ad esaudire il suo modesto desiderio.

Infatti, ritornata a Kerizinen, constato che reggeva meglio alle fatiche quotidiane e, per gratitudine alla sua Madre celeste, mise un impegno maggiore nell’esercizio delle virtù evangeliche.

Intanto fosche nubi si addensavano sull’Europa, minacciando tempi calamitosi. Ma gli uomini continuavano spensieratamente ad accumulare peccati su peccati, indifferenti agli avvisi del Cielo, agli appelli della sua Misericordia, della sua Giustizia.